Italia
Mario Sechi

Uscire dall'euro? Per andare dove?

Le elezioni europee saranno un sondaggio sulla politica interna, sui partiti, sul governo di Matteo Renzi o un test sull'Unione? Gli elettori andranno alle urne con il portafoglio in tasca pensando al nostro (sottolineo, nostro) sistema fiscale o con un'idea (bella o brutta) della moneta unica e dell'Eurozona? Come si può capire da queste semplici domande, una risposta netta non esiste e l'appuntamento elettorale si presenta come il più importante degli ultimi vent'anni.

Sono trascorsi 21 anni dall'adozione del trattato di Maastricht e quattordici anni dall'adozione dell'Euro. In questo periodo di tempo relativamente lungo (per la storia si tratta di un battito di ciglia) gli eventi hanno mostrato pregi e difetti dell'Europa unita. La sua costruzione è un processo continuo di cessioni di sovranità da parte delle nazioni a un forum di cooperazione internazionale che come obiettivo finale dovrebbe sfociare negli Stati Uniti d'Europa. A che punto siamo? La crisi finanziaria del 2008 ha messo svelato ai cittadini che la dipendenza degli Stati dal sistema bancario è enorme. E non per la presenza di chissà quale Spectre, ma per un paio di semplici ragioni che non sfuggono ai lettori: le banche raccolgono il risparmio, concedono credito a famiglie e imprese e finanziano a loro volta lo Stato comprando titoli di debito pubblico. Le banche italiane hanno in portafoglio circa 400 miliardi di titoli di Stato e quando la crisi di Wall Street - partita con lo scoppio della bolla dei mutui subprime - si è trasformata in crisi del debito sovrano, i Paesi più indebitati (e le banche) si sono ritrovati nel mezzo di una tempesta perfetta. Le difficoltà dell'Italia sono collegate prima di tutto al suo enorme debito (oltre 2 mila miliardi di euro, il 132,6 per cento del Pil) e all'incapacità cronica di riformare il sistema politico. E l'Europa? In questo momento è contemporaneamente un bersaglio facile, ma anche un alibi molto comodo. Un bersaglio facile perché è evidente che la moneta unica è stata costruita sullo stampo del marco e la Germania ha beneficiato di un'architettura che teneva in gran conto il suo status di paese-core dell'Europa. Un alibi molto comodo perché criticare l'Euro è politicamente più redditizio per i partiti che così non devono spiegare decenni di mancate riforme.

Nel 1998 l'ex ministro delle Finanze Franco Reviglio pubblicò un libro dal titolo eloquente, "Come siamo entrati in Europa" (e perche' potremmo uscirne)", nel quale si sosteneva la necessità di tagliare la spesa pubblica, redistribuire risorse in favore delle "nuove povertà" e ridurre la pressione fiscale. Per Reviglio era fondamentale uno smantellamento del "cuneo fiscale contributivo" che zavorra le imprese italiane rispetto alla concorrenza internazionale. Tutto questo vi ricorda qualcosa? Sedici anni dopo, siamo punto e capo. Le poche riforme abbozzate o concluse si sono rivelate un disastro (pensate al Titolo V della Costituzione che ha di fatto bloccato la possibilità per lo Stato di fare grandi opere) oppure sono state rinviate, in attesa di uno sfolgorante "domani" che non è mai arrivato. Tutto questo, converranno anche i lettori più euroscettici, non ha niente a che fare con la moneta unica, ma con gli antichi mali dell'Italia, i suoi gattopardismi, la vecchia idea di un Paese diviso in furbi e fessi, fotografia impietosa scattata da Giuseppe Prezzolini nel "Codice della vita italiana": "L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono".

In questo scenario immutabile il primo gennaio del 1999 sparisce la lira ed entra in circolazione l'euro. Una rivoluzione. Quattordici anni dopo, secondo i dati dell'ultimo sondaggio dell'Eurobarometro, il 53 per cento degli italiani è favorevole alla monetata unica, il 36 per cento è contrario e l'11 per cento è indeciso. C'è una maggioranza pro euro ma in calo rispetto ai sondaggi precedenti e al di sotto della media dei Paesi dell'eurozona (63 per cento). Non è una buona pagella.

Che cosa è successo? La crisi finanziaria internazionale e quella interna si sono saldate, hanno creato una spirale di recessione, perdita di lavoro e reddito. Contemporaneamente le politiche europee si sono rivelate incapaci di risolvere il problema della disoccupazione e la marea montante di questi guai si è inevitabilmente scaricata sulla moneta unica. Bersaglio facile, ma non incolpevole. Le regole di bilancio e il dogma dell'austerità a tutti i costi hanno mostrato crepe e contraddizioni, la tendenza della burocrazia brussellese a non comprendere le leggi dell'economia, un deficit di politica che per i cittadini-contribuenti resta incomprensibile.

In pochi avevano previsto la parabola della crisi europea. Uno di quei pochi abita in Texas, si chiama Kyle Bass ed è il fondatore di un hedge fund di cui conosciamo l'esistenza grazie a un bellissimo libro di Michael Lewis, "Boomerang", un viaggio nella follia finanziaria del Vecchio Continente.  Vale la pena di conoscerla, la dottrina Bass e di leggere il libro di Lewis per scoprire che le più grandi intuizioni poggiano su osservazioni semplici, di una logica disarmante. Lewis vola in Texas e interroga il nostro uomo sulla crisi del debito sovrano europeo: "Come hai fatto qui, dal lontano Texas, a capire cosa stava succedendo in Europa?". Bass replica serafico: "E' l'Islanda che mi ci ha condotto. L'Islanda per me è sempre stata interessante". Lewis si fa sotto, sempre più curioso e divertito: "Perché?".  Bass è rapido come una volpe: "Hai mai giocato a Risiko da piccolo? Io amavo giocare a Risiko e mettevo sempre le mie armate in Islanda. Perché da là puoi attaccare chiunque". E con questo interesse da fanciullo amante del board game strategico Kyle Bass a un certo punto osserva l'andamento delle banche islandesi e sentenzia: "Sono out of business". Il resto della storia molti lettori lo conoscono: l'Islanda è fallita. Giovani che hanno comprato il Range Rover da 35 mila dollari con un prestito da 100 mila dollari. Famiglie che hanno acquistato una casa da mezzo milione di dollari con un mutuo da un milione e mezzo di dollari. Denaro a gogò. Spesa, spesa, spesa. Così un popolo di pescatori ha scritto e mandato in onda una fiction autobiografica: Wall Street sulla Tundra. Il mito del denaro facile. Senza lavoro. Finanza pura. Illusione impura. Crash.

La stessa cosa è accaduta in Grecia (esito finale, un Sirtaki della Trojka) e in Italia dove lo Stato s'è comportato esattamente come quei pescatori: ha speso tutto quello che non aveva. Ha cominciato a folleggiare fin dall'istituzione delle Regioni negli anni Settanta (la spesa inizia a galoppare in quegli anni) e si abbandona ad una pazza allegria di bilancio negli Anni Ottanta. Fino ad oggi. Poi è arrivata la grande crisi e la realtà è tornata sui banchi della politica e di quel mondo che finora ha vissuto di sottosopra politico.  A un certo punto ci si è resi conto che l'Italia era non too big to fail, ma too big to save. E la nuova lega anseatica (guidata dalla Germania) ha imposto ai Paesi del Club Med la ricetta dell'austerità. Mentre tra il 2011 e 2012 la Bce comprava centinaia di miliardi di nostri titoli di Stato, la  cura risolveva il problema dello spread (una cosa seria, non l'invenzione degli gnomi della finanza) ma senza trovare la risposta al problema dei problemi: la crescita e i nuovi posti di lavoro. I limiti dell'Europa sono tutti qui, nella sua incapacità di uscire dal dogma contabile per entrare nel campo della politica, superando gli interessi nazionali. La Grosse Koalition tedesca non cambierà idea, la Germania comunque crescerà anche quest'anno e nel 2015, mentre l'Italia sta proiettando il docudrama di un pil anemico. Che fare? Serve un grande disegno di politica estera, un governo (attendiamo Renzi al varco) che sappia tessere alleanze con i Paesi che condividono le nostre preoccupazioni e spuntare regole di bilancio diverse per gli investimenti. Diplomazia felpata e dura negoziazione.

Poi c'è la scuola di chi pensa allo scontro tra titani. Uscire dall'Euro è una soluzione? Qui la letteratura è vasta, è solo una delle tante cose possibili nel farsi e disfarsi della storia, ma per ora non è un'opzione reale. Per ora. Il futuro dipende dalla crescita. Senza, tutto diventa possibile. Sto rileggendo in questi giorni "Le conseguenze economiche della pace", capolavoro di John Maynard Keynes: "Contro la tirannide politica e l'ingiustizia la rivoluzione è un'arma. Ma quali speranze può offrire la rivoluzione a chi soffre di un disagio economico che non nasce da ingiustizie di distribuzione, ma ha carattere generale? La sola salvaguardia contro la rivoluzione nell'Europa centrale è proprio il fatto che nemmeno agli occhi di uomini disperati la rivoluzione offre prospettive di un qualsiasi miglioramento. Può darsi, dunque, che ci aspetti un lungo, silenzioso processo di deperimento fisico e scarsezza di cibo, e di graduale e costante abbassamento del livello di vita e di comfort". Keynes scriveva all'indomani della Pace di Parigi del 1919, l'Europa usciva dalla Prima Guerra Mondiale con milioni di morti. Era una pace che imponeva alla Germania condizioni proibitive, la fame. E Keynes aveva un presagio che si materializzò qualche anno dopo: la Seconda Guerra Mondiale, l'incubo hitleriano, la morte dell'uomo.

La storia è maestra di vita. Ecco perché quando Mario Draghi, il presidente della Bce, dice che "l'euro è un processo irreversibile" fa il suo mestiere di banchiere centrale ma dimentica che anche l'impero romano si considerava intramontabile. La storia è piena di sorprese. Ma allo stesso tempo chi invoca l'uscita dall'euro dovrebbe incaricarsi di spiegarci cosa ne facciamo del nostro debito, quali saranno le conseguenze per i risparmiatori e il sistema delle imprese. Entrare e uscire da un club è cosa semplice. E' il durante e il dopo che sono sconosciuti. Quando l'Italia decise di far parte dell'Eurozona, cercava un nuovo inizio rispetto a quello dell'instabilità della lira, delle svalutazioni competitive, delle sanguinose battaglie sul fronte della politica monetaria e delle speculazioni. Pochi ricordano oggi che George Soros, ventuno anni fa, con il suo Quantum fund cominciò a speculare sulla sterlina e la lira  vendendo allo scoperto e comprando dollari. La Banca d'Italia si svenò per difendere la nostra moneta vendendo 48 miliardi di dollari di riserve. Correva l'anno 1992, la lira fu svalutata del 30 per cento e uscì dal Sistema monetario europeo. Il governo Amato dovette varare una manovra-monstre da 30 mila miliardi di lire e fare la cosa più impopolare della nostra storia fiscale: varare un prelievo forzoso sui conti correnti. Anche questo, dovrebbe ricordare qualcosa ai lettori. E' il passato che si specchia nel presente. Allora c'era la lira, non l'euro. Ma i nostri problemi di oggi continuano ad essere quelli di ieri. Uscire dall'euro? Per andare dove?

Mario Sechi

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