Italia
Gianluigi Paragone

Appalti, stipendi, concertazioni: non c'è niente da fare

Non c’è niente da fare: siamo fatti così…

Del Mose e dell’Expo ogni giorno veniamo a conoscere personaggi e fatti che confermano lo scarso lignaggio della classe dirigente italiana e la trasversalità dell’abbuffata. Con nomi e profili del genere è davvero difficile pensare a una ripartenza ed è più semplice invece comprendere l’arrendevolezza dei politici verso l’Europa dei burocrati e dei poteri forti. Fiscal compact, fondo salva stati, fondo di garanzia, pareggio di bilancio: questioni troppo ostiche per essere studiate quando poi basta e avanza pigiare un pulsante perché non c’è spazio di discussione. Meglio spartirsi quello che c’è, meglio accontentarsi di quel che resta sul tavolo italiano.

Appalti, stipendi, concertazioni: centrodestra e centrosinistra tengono famiglia allo stesso modo e con le stesse esigenze. Poi, coi tempi che corrono… Meglio sistemarsi finché si può. E chissà come mai a lorsignori “può” sempre. Del resto questo sistema lo hanno costruito nel tempo e nel tempo deve sopravvivere. Più delle grandi opere, i larghi accordi.

Matteo Renzi tenta di liberarsi dalle accuse gravi che riguardano il suo partito (e non solo, certo) con dichiarazioni molto a effetto e con il privilegio di non avere nulla a che spartire con certe figure, figure che appartengono a situazioni del passato. Tuttavia, ci sono alcuni silenzi e alcune omissioni che evidenziano un modus operandi viziato. Sulla nomina della Marcegaglia alla presidenza di Eni pesa il patteggiamento del fratello Antonio per fatti di tangenti tra l’altro riguardanti un dirigenti dello stesso ente presieduto dalla signora Emma. Ma non solo. Nei gangli dei ministeri vi sono dirigenti che forse sarebbe bene rimuovere se non si vuole che le ombre del passato anneriscano l’oggi. Proprio perché la politica perde credibilità e basta una bella giornata per far crollare l’affluenza, diventa incomprensibili la nomina di Piero Gnudi come commissario dell’Ilva di Taranto. Gnudi infatti è il commercialista del papà della ministra, Guidalberto. Su questo Renzi dovrebbe prestare molta più attenzione.

Vale in politica come altrove. Nelle banche per esempio. Lo scandalo del Montepaschi non ha insegnato nulla, né ha attivato i controlli interni. Quello che emerge su Carige è un’altra storia di potericchio italiano, di soldi da far girare nei soliti forzieri privilegiati. E Bazoli? l’accusa di aver costruito un cartello tra banche che dovrebbero essere concorrenti col solo fine di gestire lui solo quello che in nome del mercato era stato diviso?

Non è difficile illuminare i collegamenti pericolosi tra finanza e politica e soprattutto la doppia politica allo sportello: maglie larghissime con dirigenti e amici, rigore e pedate sui denti con imprenditori e famiglie. Spesso le cause delle crisi aziendali trovano nelle strette creditizie la loro motivazione, ecco perché le vergogne nel mondo del credito debbono suscitare la stessa indignazione che vale per il Palazzo della politica.

Al di là del malaffare c’è il malcostume. Che in tempi di crisi economica diventa altrettanto grave. Infastidisce enormemente la disparità tra sofferenze e… approfittazioni (parola inventata ma che rende l’idea). C’è un modo di approfittare di ogni cosa e quando non finisce nell’illegalità finisce in una sopraffazione che, ripeto, in una situazione di grave crisi di sistema diventa intollerabile. Lo si vede in politica, nelle banche e nell’imprenditoria. Persino ai mondiali ci facciamo riconoscere per essere quelli che esagerano. Esagerati nella scelta del resort più costoso; esagerati nella composizione della delegazione italiana: novanta persone. Novanta, come la paura. Quella che però il nuovo potere straccione sembra non conoscere.

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